Libri fotografici autoprodotti versus album fotografici / raccolte di fotografie

Non passa giorno che il mio account facebook non venga innondato da pubblicità inneggianti con spensieratezza alla bellezza di possedere un libro fotografico fatto in casa. Fotografie di bambini sorridenti, famiglie spensierate in vacanza e fotografie di tramonti vengono proposte come possibile contenuto, anzi no, come il contenuto. Gli album fotografici sono sempre esistiti. Tuttavia le raccolte familiari di fotografie del passato erano appunto raccolte fatte di fotografie che avevano un’esistenza propria.  Tutti noi abbiamo da qualche parte vecchi album di famiglia in cui alcune fotografie sono andate perse, ma ciò appunto perché, le fotografie avevano un’esistenza propria, indipendente.  Oggi invece le fotografie vengono direttamente stampate sulle pagine del libro: il risultato sembra interessante ma la fotografia finisce per sparire, non ha più una sua vita separata. Inoltre, contrariamente a quanto la pubblicità vuol farci credere un siffatto prodotto è molto meno personale di quanto si creda, i vecchi album fotografici lasciavano certamente più spazio alla creatività.  Questo cambiamento è interessante da notare. I processi di digitalizzazione sono processi di smaterializzazione di qualcosa che però riacquista significato solo se si rimaterializza in qualcos’altro. Il vecchio album fotografico portava su di se le fotografie non dentro di se. Le fotografie erano appiccicate sulle pagine e potevano scollarsi. Adesso sono imprigionate nelle pagine. Da un punto di vista filosofico l’immagine non ha mai coinciso con il supporto che la sorregge. Le immagini sembrano, a ben vedere, avere un’esistenza propria e quindi anche l’immagine fotografica stampata su carta e poi incollata sull’album è imprigionata nella carta fotografica su cui è stampata. Tuttavia fino ad oggi le immagini fotografiche, quelle particolari immagini che sono un’impronta della realtà, si manifestavano sempre legate a supporti specifici: il negativo o la carta fotografica ad esempio. Con l’avvento della digitalizzazione l’immagine si manifesta legata a supporti aspecifici, in quanto non finalizzati esclusivamente a supportare l’immagine fotografica. L’immagine viene quindi come inghiottita da questi supporti. Sarebbe bello poter affermare che le fotografie sono nel computer, come si dice comunemente. Tuttavia a ben vedere nel computer non ci sono: le fotografie digitali sono pahntasmata assoluti assimilabili alle allucinazioni in quanto prive di supporto che le sorregge; che le rivela. Una delle caratteristiche degli spettri è quella di essere immagini prive di corporeità a differenza degli zombie che conservano la loro corporeità in decadenza in quanto privi di vita vera. Avere un’esistenza spettrale, metaforicamente parlando, significa  essere privi di corporeità. Le immagini digitali quindi sono prive di un corpo proprio. Un modo per riportarle in vita è stamparle in un libro fotografico. Certamente questa possibilità è interessante ma solo se esplicata in modo originale attraverso la comprensione del processo e finalizzata ad un’opera personale, che ci parla in modo vero di ciò che rappresenta. Succede invece che questi processi di stampa di fotografie fantasma inducono a non pensare perché si propongono come semplici, intuitivi e poi: “Che cosa c’è di più immediatamente empatico del sorriso di un bambino?”

Io penso che per poter produrre in modo originale un libro fotografico è necessario aver chiaro che il libro è un supporto e non il fine come oggi banalmente le pubblicità dei libri fai da te propongono col sorriso degli schiocchi. Il libro quindi dovrebbe essere pensato, e questo vale anche per quegli editori che concepiscono i loro prodotti come fine in se, in ogni sua pagina come ciò che rivela la fotografia ritraendosi dov’è necessario affinchè la fotografia emerga come oggetto specifico e non aspecifico. Finora credo di non averne ancora incontrato uno di questi libri e quindi continuo a pensare che sia meglio avere tra le mani un negativo che una memoria digitale, una raccolta di fotografie che un libro fotografico del tipo proposto dalla semplice possibilità tecnica di realizzazione.

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