Batteux, Baudelaire, Duchamp e la fotografia come indice

La realta’ rimane al suo posto

Claudio Marra, nel suo interessante libro dal titolo L’immagine infedele (La falsa rivoluzione della fotografia digitale), sviluppa alcune riflessioni sulla fotografia al fine di mostrare che se da un lato il sistema digitale, in una prospettiva semiotica che fa propria la riflessione dell’americano S.C.Peirce, conserva l’identità indicale tipica del sistema analogico, dall’altro la presunta liberazione dall’ingombro dal reale altro non è che la riedizione di concetti mutuati dalla discussione ottocentesca intorno alla pittura e la fotografia.

Scrive infatti Marra a proposito dell’identità indicale del segno fotografico: “(…) Il problema dell’indice non è quello della somiglianza e della corrispondenza diretta: una livella a bolla d’aria o un filo a piombo (…) sono indici tanto quanto la fotografia. Se questo è vero, il fatto di esibire una traccia numerica come accade nel digitale, serve a poco e non rivoluziona nulla, perché la questione della somiglianza speculare, in effetti, non è mai stata la vera caratteristica qualificante dell’indice in generale e della fotografia in particolare.”

Sgombrato così il campo dall’equivoco che sta alla base della contrapposizione analogico/indice e digitale/non indice Marra evidenzia come i tanto lodati pregi attribuiti alla enorme possibilità di manipolazione offerta dal sistema digitale trovino la loro ragione d’essere soltanto in una prospettiva culturale che rimanda a concezioni artistiche superate da almeno un secolo. Le grandi possibilità di manipolazione linguistica con il conseguente rilancio del ruolo autoriale del fotografo “(…) per quanto aggregati a una tecnologia nuovissima, da tanti ritenuta in grado di rimodellare l’identità estetica della fotografia, sono in realtà gli stessi argomenti utilizzati da Baudelaire nel 1859 quando, recensendo le opere esposte nel Salon parigino di quell’anno, intese stilare un severo catalogo critico di ciò che mancava alla fotografia per essere considerata arte.”

Con questi presupposti conclude Marra, lo scontro tra immagine icona e fotografia indice ” torna così ad essere risolto in favore della prima in quanto tipologia segnica coincidente con la logica del quadro” in cui “l’arte è dogmaticamente concepita come negazione e stravolgimento della realtà: non c’è arte fuori da questo principio e qindi ben venga una tecnologia che può così facilmente raggiungere simili traguardi.”

Queste conclusioni a cui perviene Marra e la conseguente osservazione secondo cui anche i ready mades andrebbero banditi dai musei in quanto privi di quelle caratteristiche che secondo alcuni sono intrinseche all’arte – in primo luogo il fatto che chi li ha “fatti” in realtà non li ha fatti proprio per niente e quindi non può essere loro attribuita nessuna qualità artistica – ci trova senza dubbio d’accordo.

Tuttavia, a nostro modo di vedere, ben altro approfondimento è necessario per svelare le trappole che il concetto di arte impiegato nelle discussioni sulla fotografia, nasconde dietro di se. Se da una parte la fotografia sembra essere un puro fenomeno di consumo di massa, dall’altra rivela come concetti elaborati per usi specialistici in ambito filosofico, siano penetrati profondamente in tale cultura ed utilizzati, magari senza averli bene compresi, a supporto di quell’idea dogmatica di stravolgimento del reale che giustamente viene indicata da Marra come il punto nevralgico della questione.

Come si definisce l’arte?

A tal proposito infatti basta grattare appena appena la superficie della problematica storiografica estetica per vedere quali e grandi quesiti comporti l’utilizzo della parola arte se impiegata acriticamente a sostegno dell’idea, oggi imperante, di arte come stravolgimento del reale. Ad esempio, nella famosa invettiva di Baudelaire contro la fotografia, l’arte è presa in un’accezione che risulta essere tipica degli ultimi secoli della nostra storia e fatta coincidere tout court con l’idea di arte cone regno della totale libertà da ogni vincolo del reale. In essa infatti riverberano almeno quattro idee che ritroviamo ancora oggi in forma implicita o esplicita nelle discussioni sull’arte e nel discorso sull’autorialità in fotografia. Si tratta di arte/bello ma anche implicitamente di estetica e di genio.

Si potrebbe osservare che dopo le avanguardie storiche questi concetti, sviluppati progressivamente a partire dal ‘700 con la nascita della cultura estetica, si sono molto relativizzati se non annullati. Ciò è sicuramente vero almeno per gli ambiti artistici mentre lo è meno per il senso comune il quale sembra accettare in toto le argomentazioni di Baudelaire in merito a ciò che si dice arte. Da questa angolazione ha perfettamente ragione il Marra nel dire che la pretesa artisticita’ della fotografia rimanda concettualmente dell’Ottocento. Tuttavia anche le avanguardie non poterono rinunciare ad un concetto: quello di genio creatore, idea questa assolutamente moderna. Si pensi alla definizione che ne da Kant come di colui che da la regola all’arte.

Il ready made è un esempio perfetto di questa Weltanschauung tutta moderna dell’artista genio creatore. È evidente che senza il presupposto della libertà totale dell’artista da qualsiasi tradizione o vincolo operativo non sarebbe stata possibile un’operazione del genere. L’atto che si compie dichiarando arte un oggetto qualsiasi non è richiamare l’attenzione sulla dimensione anche estetica dell’oggetto comune, come potrebbe essere la fotografia di famiglia, alla maniera di John Dewey in Art as Experinece ad esempio. Siffatta operazione è piuttosto un creare dal nulla, con atto puramente performativo, una dimensione concettuale (e quindi puramente filosofica) che pretende programmaticamente di contraddire, non solo il senso comune, ma anche tutta le storia di ciò che noi chiamiamo, o abbiamo chiamato o creduto fino a quel momento arte. Il permanere del bisogno di separazione dell’oggetto artistico dall’ambito del quotidiano è anche perfettamente incarnata nel ragionamento di Walter Benjamin quando afferma che l’arte si distinguerebbe precipuamente dal resto dei prodotti umani solo in quanto oggetto separato; a se stante, irripetibile e differito dal territorio comune dell’esperienza. È evidente che se l’arte è bisogno romantico di un territorio appartato allora la fotografia essendo in tutto e per tutto onnipervasiva dello spazio sociale deve essere sentita come il nemico mortale.

Ora, l’operazione compiuta da Duchamp avrebbe significato apodittico se nella nostra tradizione si potesse identificare esattamente l’arte in modo poi da potersi contrapporre ad essa in maniera altrettanto esatta. Purtroppo invece ciò non è possibile. Tutte le palingesi novecentesche hanno lasciato dietro di se il vuoto al posto del nuovo assoluto; dell’oltreuomo.  L’operazione di Duchamp è quindi, da questa prospettiva, rivelatrice di cosa si pensasse al suo tempo (come anche nel caso di Baudelaire) dell’arte.

Senza il presupposto del genio non si puo’ capire l’arte del mondo contemporaneo e moderno

Quale sia tuttavia l’essenza, per così dire, dell’arte rimane tutt’oggi un problema aperto e forse anche un falso problema. Andando infatti a vedere i tentativi filosofici operati per distinguere l’arte da altri prodotti del fare umano, nel corso della storia, troviamo purtroppo soltanto una lunga serie di fallimenti o per meglio dire di successi solo parziali che di volta in volta obbligano ad inclusioni o esclusioni poco convincenti. La conoscenza storica pertanto relativizza completamente il concetto di arte che noi facciamo valere ancora oggi nelle discussioni sulla fotografia. Da questa prospettiva è illuminante l’opera di Wladyslaw Tatarkiwicz Storia di sei Idee in quanto è volta ad indagare storicamente la latitudine concettuale di sei idee, (quelle di: Arte, Bello, Forma,Creatività, Imitazione e Esperienza Estetica), mostrando l’estrema variabilità di questi concetti.

Ripercorrere qui, anche solo sinteticamente, le vicende che hanno caratterizzato la discussione filosofica, dai discordanti giudizi in merito all’imitazione tra Platone e Aristotele attraverso le classificazioni medievali delle arti fino ai nostri giorni, è praticamente impossibile.

Per esemplificare ciò prendiamo però brevemente ad esempio il tentativo di classificare le arti fatto da Charles Batteux nel ‘700, nel suo scritto Le belle arti ricondotte ad unico principio, (1746) e il discorso di Baudelaire sulla fotografia (1859).

La distanza che fondamentalmente separa Batteux da Baudelaire è che per il primo l’arte è essenzialmente un processo d’imitazione del reale (questo sarebbe il principio unico che sottende alle diverse forme di arte e che Batteux interpreta come verosimiglianza) mentre per Baudelaire è sogno. È evidente che la fotografia, per quanto completamente altra dalla pittura in quanto indice, è essenzialmente mimetica nelle sue raffigurazioni concrete e assimilabile alla pittura. È vero che il concetto d’imitazione si può anche intendere come mimesis di stati interiori, come di fatto attesta la sua storia secolare. Tuttavia il punto nodale è che per Baudelaire la realtà è sentita come un limite da stravolgere mentre in Batteux la realtà è a fondamento dell’arte anche quando viene imitata discostandosi dal mero dato naturale. Scriveva infatti Baudelaire: “La fotografia è pura, nuda realtà. Ma se la realtà invade l’arte senza mediazione alcuna, come può l’arte donare sollievo.

Genius versus machina

Ora, io ritengo che il passaggio dall’idea di mimesis a quella di arte come stravolgimento del reale implichi necessariamente l’esaltazione dell’idea del genio creatore (idea questa che anche Batteux condivide ) e dei suoi stati soggettivi (esaltazione che è via via andata crescendo fino a toccare il suo culmine nell’arte concettuale). Si capisce quindi facilmente perché Baudelaire non apprezza la fotografia: perché la fotografia mette davanti a gli occhi de facto che l’dea del genio creatore è una falsa coscienza. Se infatti una macchina, un congegno privo di attributi umani, può creare un’immagine mimetica assimilabile alla pittura allora bisogna negare in senso assoluto che la mimesis sia importante nella definizione di arte poiché altrimenti cade il presupposto culturale che fonda il discorso di Baudelaire: quello del genio creatore da contrapporre alla massa incolta dei fotografanti irretiti dalla macchina.

È evidente che tra genio e macchina c’è un’opposizione culturale assoluta che rimanda alla distinzione medievale tra arti meccaniche e arti liberali. Con ciò non intendo affermare che la fotografia allora è arte se vista da una prospettiva diversa, cosa questa del tutto priva di significato, ma dire che il discorso sull’arte è sempre storicamente determinato e in quanto tale relativo.

Quello che intendo affermare è che per qualche misterioso motivo, ancora oggi, sembra impossibile rinunciare all’idea dell’autorialità in quanto, nonostante tutti i superamenti e stravolgimenti possibili il concetto di genio agisce, (in quanto fondamento “estetico” della nostra epoca storica) prepotentemente all’interno della nostra cultura ponendosi come base surrettizia di ogni ragionare di fotografia e di arte. In altre parole l’idea del genio è ciò che è sopravvissuto a tutti i superamenti operati dalle avanguardie storiche perché le avanguardie stesse non avrebbero potuto stravolgere nulla senza presuppore surrettiziamente o meno, il genio creatore. La palingenesi in arte prusuppone il concetto di genio.

L’incapacità quindi di accettare la fotografia tout court, tipica del nostro tempo, nasconde dietro di se l’incapacità di rinunciare a concetti e preconcetti – primo tra tutti quello della creatività autoriale – che agiscono prepotentemente dal di dentro della nostra cultura sia che la si intenda come industria culturale che come arte colta. Ma la cosa ancora più paradossale sta nel fatto che dopo tutti gli stravolgimenti concettuali novecenteschi, (molte volte francamente e sgomentevolmente banali da un punto di vista filosofico), non si riesca ancora ad accettare come altrettanto interessanti ed importanti le idee che sostengono la fotografia in quanto mondo dotato di caratteristiche sue proprie. In questo senso potremmo dire che l’ornitorinco fotografia, (che sembra un dipinto ma è in realtà “un autoritratto della natura”) deve da sempre confrontarsi con un tribunale che non sapendo come definirla tenta di condannarla in base a preconcetti fondati nel presupposto surrettizio del genio creatore.

Senza rinunciare al genio non e’ possibile capire l’ornitorinco fotografia

Da questa prospettiva quindi la fotografia viene attaccata, e giudicata non artistica, perché sentita come dirompente rispetto alla mentalità moderna che vede come irrinunciabile l’idea che al concetto di arte si leghi automaticamente quello dell’autore/ creatore. La fotografia pertanto realizza e smaschera un corto circuito che costituisce un imprinting, per così dire, del nostro percepire l’artisticità ed è per questo che a gli artisti incute paura oggi come ieri se non ricondotta “alla logica del quadro”.

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