Tecnica, arte, aura e fotografia …. riflessioni sparse…

È interessante notare come la nozione più antica di tèchne, di cui Benjamin nei suoi scritti sembra tenere conto, indichi un sapere produttivo di tipo artigianale, una sapienza produttiva, un saper fare indirizzato ad uno scopo. Il concetto di riproducibilità tecnica “altamente perfezionata” è insito pertanto nella nozione stessa di tecnica poiché la tecnica è la razionalizzazione di un procedimento fattivo, razionalizzazione che in ultima analisi fonda concettualmente la macchina. La riproducibilità di un oggetto pertanto è sempre e soltanto possibile mediante  la  tecnica, soltanto esplicando cioè come farlo razionalmente. La tèchne è un insieme di conoscenze necessarie al raggiungimento di un fine, che almeno in teoria, può essere raggiunto ogni volta di nuovo.
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Considerando che il mondo greco antico possedeva solo la nozione di tèchne e non quella moderna di arte liberale, dovremmo allora concludere che da qualche parte quel mondo ha molto da condividere con il mondo attuale della “riproducibilità tecnica altamente perfezionata” e poco con l’aura immaginata da Benjamin.  Inoltre il concetto di “altamente perfezionato” non può essere deciso una volta per tutte. Tutto ciò che possiamo dire è che un oggetto è “altamente perfezionato” se corrisponde allo scopo per cui è stato prodotto. Benjamin sembra invece intendere ciò come perfetta simulazione dell’oggetto riprodotto, come copiatura perfetta impossibile da ottenere artigianalmente.
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La conclusione più sconvolgente pertanto (almeno per chi ha una concezione dell’arte alla Benjamin) è che il mondo amtico probabilmente non conobbe l’opera d’arte nel senso di come la intendiamo oggi, pur muovendosi in quell’ottica che secondo Benjamin ne costituirebbe i presupposti produttivi. In questo senso quindi risulta ancora più chiaro che ciò che Benjamin ha in mente come caratteristica ontologica dell’opera d’arte, non derivi dalla tecnica più o meno evoluta, dai modi di produzione, ma da una Weltanschauung tutta moderna che contrappone frontalmente artigianto e arte liberale da una parte e soggetto e oggetto dall’altra. In questo senso probabilmente, ai greci antichi non serviva una nozione di arte perché essa presuppone una scissione tra soggetto che esperisce e oggetto esperito e quindi in ultima analisi una filosofia del soggetto inutile ad una Weltanschauung mitica come quella dei Greci.
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È  infatti soltanto con l’avvento della modernità e del ‘700 che si inizia a parlare di una particolare qualità degli oggetti come categoria a se stante senza però riuscire, come fa anche Benjamin, a discernere chiaramente se tali qualità, chiamate estetiche, sono proprietà degli oggetti o sono una forma possibile d’esperienza di tali oggetti. Quando Benjamin descrive l’aura in realtà parla di ciò che molti hanno caratterizzato come esperienza estetica e somiglia molto, per fare un esempio, alla teoria della Einfüllung  di Fechner. Insomma il discorso di Benjamin presuppone surrettiziamente l’esistenza del soggetto capace di fare determinate esperienze, pur non nominandolo mai esplicitamente. In particolare poi, il suo concetto di aura ha caratteristiche violentemente romantiche in quanto possibile sole in un territorio appartato rispetto alla quotidianeità. Esperire, immergersi, nell’aura significa entrare in un territorio radicalmente separato dell’esperienza.
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La cosa che sembra completamente sfuggire a Benjamin è che il mondo attuale, nel cui egli stesso si trova a vivere, è conseguenza di un fatto che ha mutato radicalmente l’aspetto della produzione: l’invenzione della macchina da una parte e la rivoluzione industriale dall’altra. Bisogna chiedersi in primo luogo che cosa caratterizza la macchina ma anche se tutte le macchine sono uguali nelle loro funzioni e se sono da intendersi anch’esse come tecnica e in ultima analisi come tèchne nel senso greco antico del termine. Che cos’è una macchina?
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Il ragionamento di Benjamin sembra completamente dominato da categorie tipicamente moderne proiettate anacronisticamente a ritroso per fondare sulla produzione artigianale un tipo di esperienza, quella estetica, probabilmente sconosciuta a gli antichi.
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Per quanto, ad esempio, sia possibile fare fotografie senza la macchina fotografica (ad esempio ponendo un oggetto trasparente per un certo tempo su un materiale fotosensibile, che una volta sviluppato recherà “l’impronta” di tale oggetto) è evidente che la macchina fotografica è ciò che costituisce, a livello produttivo, la radicale differenza tra il nostro mondo e quello antico artigianale di cui parla Benjamin. Perché la macchina condensa, organizza e affina in se passaggi tecnici in funzione di un fine, che possono essere svolti manualmente e separatamente nel processo produttivo. In questo senso è possibile anche fotografare con una “macchina” ridotta all’osso: col foro stenopeico.
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Preso alla lettera il ragionamento di Benjamin non funziona, lo possiamo verificare anche empiricamente. In qualche modo la fotografia ha una sua aura. A dimostrazione di ciò è possibile portare come esempio l’uso pubblicitario della fotografia fatta sia a scopi politici propagandisti che di mercato. La pubblicità vuole trasmettere un senso delle cose, esattamente come la statua chiusa nel tempio di cui parla Benjamin, e non delle verità e ci riesce: senza di ciò i totalitarismi moderni sarebbero stati monchi nel loro proporre una fallace visione „nuova“ del mondo. La fotografia ha indubitabilmente, in questo senso, un’aura potentissima presupposto il soggetto moderno capace di fare esperienza estetica.
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Se Benjamin vuole dirci che la quantità ammazza la qualità allora una certa ragione ce l’ha. Sicuramente il mondo antico e medievale non ha corso il rischio di essere sommersi dagli oggetti, opere o non opere d’arte che siano. Circondarsi d’oggetti uguali annoia in modo mortale. È evidente che il procedimento di produzione artigianale è impossibilitato nella pratica a produrre oggetti tutti uguali e che in natura ogni ente o evento naturale differisce dall’altro; almeno nella sua manifestazione sensibile. Se però Benjamin intende dire che le fotografie sono completamente prive di aura in conseguenza della loro quantità, allora secondo me non ha visto bene. Prima di tutto perché la sua concezione di “altamente perfezionato” era alla sua epoca e rispetto alla fotografia un’esagerazione. Il procedimento della camera oscura non consentiva quella riproducibilità tecnica “altamente perfezionata” di cui parla. I dagherrotipi ottocenteschi erano si fotografie ma pezzi unici. In secondo luogo perché „altemente perfezionato“ è un concetto possibile solo se riferito ad uno scopo: di per se gli oggetti sono quello che sono e nulla di più. Benjamin invece aveva visto bene in merito al fatto che lo sviluppo della tecnologia conduce alla produzione d’oggetti uguali in misura straordinaria. Ciò è possibile perché esistono le macchine.  Il problema della produzione in serie è quindi connesso allo sviluppo delle macchine ed è quindi conseguente alla rivoluzione industriale, cioè alla meccanizzazione del processo produttivo. L’aura che circonda questi prodotti scaturisce, pertanto, dal fatto che potendoli strappare al contesto che li ha prodotti, è possibile fare esperienza estetica di essi, reinserendoli nel flusso della propria coscienza, cioè ricontestualizzandoli. L’aura presuppone quindi il soggetto ed è interazione tra oggetto (qualità dell’oggetto) e soggetto (esperienza vissuta in relazione all’oggetto).
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