Breve osservazione al testo di Vilém Flusser “Per una filosofia della fotografia”.

Questa osservazione brachilogica presuppone la lettura del testo in esame.

Il testo flusseriano appare completamente privo di dimostrazioni convincenti e quindi pieno zeppo di tesi indimostrate. Per immagine possiamo intendere molte cose. Affermare che le immagini sono superfici, non mi pare corretto se non dicendo che nel momento in cui un’immagine si lega ad una superficie costituisce un caso speciale di immagine. In questo senso una pittura rupesrte e una fotografia sembrano avere qualcosa in comune, tuttavia la differenza essenziale non è costituita dal fatto che le prime sono fatte a mano e le seconde mediante un apparato. Ciò che le distingue è che la fotografia è una sorta di impronta della realtà che mediante un processo viene formata. Ora, è empiricamente dimostrabile come questo processo sia legato a determinati fattori che non dipendono dagli apparati. Gli apparati (Fotoapparate) sono solo un mezzo per rendere questi processi disponibili e controllabili. Il fatto che da queste tracce (fotografie) non sia possibile risalire al mondo in modo da determinare razionalmente i rapporti di causa ed effetto che governano il reale e che quindi le immagini fotografiche non si possano dire finestre sul mondo, non cambia il problema della fotografia come traccia del reale. Ciò significa semplicemente che è una traccia sporca che non ci consente di capire bene e in questo senso come ogni cosa “misteriosa” si presta ad una lettura di fantasia. Esattamente come fa il discorso poetico: un tipo di scrittura questa che Flusser non cita ma che è fondata su immagini. Immagini, tuttavia, che non sono però superfici. Wittgenstein nel “Tractatus” afferma: “Das logische Bild der Tatsachen ist der Gedanke”. Ora è chiaro che l’immagine (Bild) costitutiva del pensiero non è assimilabile ad una superficie, per fare un esempio. Il testo di Flusser è, secondo me, estremamente confuso su questo piano e lo è perché compie l’errore fatale di non vedere che noi pensiamo (come giustamente afferma Wittgenstein) per immagini, che queste immagini non sono superfici e che l’illusione del pensiero lineare e storico è resa possibile dalle regole grammaticali e dalla sintassi che connette queste immagini logiche. In questo senso il pensiero scritto è una black box esattamente come la macchina fotografica. Chi ha un po di amore per la scienza dovrebbe a questo punto capire che la contrapposizione non è tra linguaggio lineare e immagine circolare, tra storia e magia, ma tra prova empirica e affermazione indimostrata. Ecco allora che tutta la costruzione flusseriana crolla rovinosamente.

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